
Negli ultimi anni abbiamo ripetuto spesso che la cybersecurity sta cambiando. Ma nel 2026, in Italia, non si tratta più di un cambiamento: è una vera trasformazione strutturale. Il Managed Security Service Provider (MSSP) non è più il “fornitore tecnico” cui delegare compiti operativi, ma una figura che entra direttamente nei meccanismi di governance dell’azienda. Un partner strategico a tutti gli effetti.
Questa evoluzione non nasce dal nulla. È la risposta naturale a tre pressioni ormai evidenti: un quadro normativo europeo molto più severo, soprattutto con NIS2 e DORA; una cronica carenza di competenze specialistiche; e un panorama di minacce che cresce in volume e complessità, anche grazie all’uso aggressivo dell’intelligenza artificiale da parte degli attaccanti.
Un mercato in crescita, ma con profonde asimmetrie
Il mercato italiano della cybersecurity continua a correre raggiungendo 2,48 miliardi di euro. Numeri importanti, certo, ma che non raccontano l’intera storia: la maturità non cresce alla stessa velocità degli investimenti.
Le grandi imprese, ad esempio, continuano a essere sotto pressione: il 73% ha dichiarato almeno un incidente grave. E nonostante budget più consistenti, molte faticano a mantenere livelli adeguati di resilienza. Le PMI, invece, viaggiano in un’altra corsia, spesso ancora alle prese con problemi di base. Il risultato è quel “cyber divide” che ormai tutti conosciamo.
In questo scenario, puntare tutto su team interni non è realistico. Il 44% dei CISO italiani ammette che un presidio completamente interno non è sostenibile nel medio-lungo periodo. È da qui che nasce la spinta verso modelli ibridi, dove l’MSSP diventa un’estensione naturale del team.
Dal rapporto transazionale al modello basato sugli outcome
Il classico approccio “ti gestisco lo strumento, ti mando gli alert, ci sentiamo al prossimo ticket” non funziona più. È un modello troppo reattivo, troppo legato all’operatività quotidiana. Nel 2026 prende forma qualcosa di diverso: un servizio misurato su obiettivi di rischio, continuità e resilienza, non su volumi di log o numero di incidenti chiusi.
È un passaggio culturale prima ancora che tecnologico. L’MSSP non è più parte dell’infrastruttura, ma parte della value chain stessa dell’impresa, contribuendo in maniera diretta alla protezione degli asset critici e alla stabilità del business.
Le nuove responsabilità dell’MSSP moderno
Essere un partner strategico significa assumersi responsabilità diverse rispetto al passato, più ampie e più vicine alla governance.
Comprendere e gestire la vera esposizione al rischio
Oggi oltre metà della superficie di attacco di un’azienda è fatta di elementi “non patchabili” nell’immediato: configurazioni sbagliate nel cloud, identità eccessivamente privilegiate, dipendenze di supply chain non pienamente controllabili.
Qui entra in gioco il Continuous Threat Exposure Management (CTEM): un modo strutturato per identificare quali percorsi un attaccante potrebbe davvero sfruttare. Scoping, discovery, prioritization, validation, mobilization: un ciclo continuo che aiuta a distinguere ciò che è urgente da ciò che è soltanto rumoroso.
L’AI come nuovo tessuto della difesa
L’intelligenza artificiale non è più un “aiutante” nella gestione degli incidenti: è una parte integrante dell’ingranaggio. L’uso di sistemi agentici e automazione avanzata sta cambiando il modo in cui si risponde alle minacce, riducendo tempi di intervento e falsi positivi. È l’inizio di un approccio davvero preemptive, dove si interviene prima che il danno si manifesti.
Proteggere un ecosistema distribuito
Con la dissoluzione del perimetro aziendale tradizionale, unire rete e sicurezza non è più un’opzione. Il modello Managed SASE diventa centrale per garantire accessi coerenti, ovunque si trovino utenti e workload, secondo i principi Zero Trust.
Dalla compliance come vincolo alla governance come valore
La NIS2 e DORA hanno definitivamente spostato la responsabilità della cybersecurity verso i board e il top management. L’ACN, in Italia, sta spingendo verso requisiti più stringenti in materia di gestione del rischio, supply chain e notifica incidenti.
In questo contesto l’MSSP diventa un abilitatore, aiutando le imprese non solo a rispettare le norme ma a mantenere uno stato costante di “audit readiness”.
Parlare la lingua del business
C’è un ultimo punto, forse il più importante: il linguaggio. Le metriche tecniche non bastano più. Al management serve una lettura economica del rischio. Ecco perché diventano centrali indicatori come il Quantified Risk Exposure, il ROSI o il Revenue-at-Risk.
Sono strumenti che finalmente permettono di integrare la sicurezza nei processi decisionali, non come centro di costo ma come leva per proteggere, e in alcuni casi abilitare, il business.
Il vero valore dell’MSSP nel 2026
In definitiva, il valore dell’MSSP non risiede più nella capacità di gestire tecnologie o chiudere incidenti, ma nella possibilità di orchestrare un modello di difesa coerente, misurabile e allineato agli obiettivi aziendali.
Le aziende che scelgono un partner in grado di integrarsi nella propria governance del rischio acquisiscono non solo una maggiore sicurezza, ma anche un vantaggio competitivo in un mercato sempre più interconnesso e regolamentato.
